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Prospettiva
Dissociazione (psicologia)
meccanismo di difesa per cui alcuni elementi psichici rimangono separati dal restante sistema psicologico dell'individuo Da Wikipedia, l'enciclopedia libera
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Il concetto di dissociazione in psicopatologia e in psichiatria non ha una univoca definizione, in termini generali c'è accordo nel descrivere la dissociazione come una perdita più o meno significativa della capacità integrativa della coscienza.
Alcuni orientamenti teorici ritengono si possa descrivere la dissociazione e i disturbi dissociativi lungo un continuum[1], in questa prospettiva fenomeni dissociativi possono presentarsi nell'esperienza comune in modo lieve e transitorio e solo quando si manifestano in modo protratto, intenso e duraturo possono configurarsi come specifiche sindromi psicopatologiche, definite disturbi dissociativi.
Un'altra prospettiva teorica invece ritiene che ci siano differenze qualitative tra i diversi tipi di esperienze dissociative che presenterebbero delle caratteristiche peculiari e non assimilabili. In questa ottica solo i disturbi dissociativi veri e propri rappresenterebbero un fallimento delle capacità integrative delle funzioni mentali superiori[2].
Generalmente dissociazione e disturbi dissociativi vengono interpretati come meccanismi di difesa per cui appunto alcuni elementi dei processi psichici rimangono "disconnessi" o separati dal restante sistema psicologico dell'individuo: tale condizione si può ritrovare in molte reazioni psicologiche (ad esempio, davanti a situazioni traumatiche).
«[...] il termine dissociazione acquista il suo significato in base ai criteri prescelti per la sua delimitazione. In generale esso designa la distorsione, la limitazione o la perdita dei normali nessi associativi con conseguente incongruenza tra idea e idea, tra idee e risonanza emotiva, tra contenuto di pensiero e comportamento, dove è leggibile una separazione e nel contempo un allacciamento arbitrario tra i diversi elementi della vita psichica.[3]»
Ad esempio, nella prospettiva dell'antipsichiatria fenomenologica, lo psichiatra scozzese Ronald Laing definisce la dissociazione come una
«accentuazione dell'insicurezza ontologica comune a tutti gli uomini, per cui anche in circostanze di vita ordinarie, un individuo può sentirsi più irreale che reale, letteralmente più morto che vivo, differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, così la sua identità e la sua autonomia sono sempre in questione. Può mancargli la sensazione della continuità temporale; può fargli difetto il senso della propria coerenza o coesione personale. Si può sentire come impalpabile, e incapace di ritenere genuina, buona e di valore la stoffa di cui è fatto. Può sentire il suo io parzialmente disgiunto dal suo corpo.[4]»
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Diagnosi
La scala di misurazione più frequentemente utilizzata nel rilevare il grado di dissociazione è la Dissociative Experiences Scale. Il DSM-IV considera i sintomi come la depersonalizzazione, la derealizzazione e l'amnesia psicogena come caratteristiche fondamentali dei disturbi dissociativi[5]. Tuttavia, esperienze dissociative possono essere comuni anche nella popolazione sana e possono non essere clinicamente significative. In uno studio, il 60-65% degli intervistati ha indicato di aver avuto qualche esperienza dissociativa[6]. Un'altra scala utile nella diagnosi di dissociazione è la SCID-D, un'intervista clinica strutturata per i disturbi dissociativi del DSM-IV.
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Note
Bibliografia
Voci correlate
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